NONNA ADELE
Quand'ero piccola, avevo una vita sociale francamente penosa.
Ero figlia unica ( lo sarei rimasta fino a sei anni compiuti), non andavo all'asilo perchè sembrava brutto lasciare una bambina in balia di estranei per tot ore al giorno e, in aggiunta, avevo un innato pessimo carattere che mi rendeva scorbutica e selettiva negli approcci d'amicizia. Dunque, gli svaghi erano occasionali, riservati alla domenica pomeriggio, e condivisi rigorosamente con mamma e papà. A volte si andava al cinema, a volte dalle zie e dai cuginetti, a volte si faceva qualche gita in auto. Un appuntamento era fisso: una volta al mese, in bicicletta, si andava al cimitero a visitare i cari estinti. Un colpo di vita eccitantissimo.
Io avevo due nonni e una nonna: dunque, da un rapido calcolo, appariva chiaro che mi mancava una nonna. Mi mancava, infatti, la nonna Adele, la mamma della mamma.
La visita alla tomba della nonna materna, scomparsa prima che io nascessi, mi proponeva la riflessione sul tema della morte. Ma di quali strumenti dispone un bambino di cinque ani per comprenderne il significato? Mi sentivo ripetere che la nonna aveva tanto desiderato una nipotina, e che mi aveva amato ancor prima di sapere che sarei nata. Ma i conti non tornavano. Se tutto ciò era vero, perchè la nonna non mi aveva aspettato? Bugiarda. E bugiarda anche la mamma, che si ostinava a ripetermi parole alle quali non potevo credere. I ragionamenti di un bambino sono rudimentali, dominati da irragionevole egocentrismo e intrisi di una sorta di delirio di onnipotenza. Basta non voler morire, per non morire: che ci vuole? E poi la fotografia della nonna, sulla lapide, mi rimandava l'immagine di una donna ancora giovane, bella e sorridente, e un bambino pensa che le persone decidano di scomparire, per pudore, quando iniziano ad avvizzire lievemente, tendendo alla mela rugosa. Dunque, la nonna era doppiamente colpevole: di essere morta anzitempo, senza riflettere su ciò che stava facendo, e di essersene andata senza aspettarmi, dimostrando in tal modo di non essere interessata a conoscermi.
Tornavo a casa furibonda.
Sarebbe occorso qualche anno perchè mi riconciliassi, senza riserve, con la nonna che non avevo mai conosciuto
domenica 14 marzo 2010
domenica 7 marzo 2010
Rolando Rambaldo (di M.Antonietta-Fiordistella)
Quand’ero piccola, avevo uno zio giovane e simpatico che si chiamava Rolando Rambaldo. Giocava molto con me, mi portava a passeggio e mi insegnò a non aver paura ad andare a cavallo. Anche ora ho uno zio, sempre lo stesso, anzianotto e brontolone, che continua a chiamarsi Rolando Rambaldo In genere, nelle famiglie, si tramandano i nomi bislacchi per non perdere la buona abitudine di creare qualche disagio educativo e formativo ai giovani virgulti: le difficoltà temprano, e chiamarsi in modo strambo irrobustisce lo spirito. Mio zio, infatti, è sempre stato molto robusto. Fu mio nonno ad imporgli il nome, nonostante la nonna lo avesse minacciato di arsenico nei maccheroni.Accadde forse per riguardo verso qualche antenato meritevole? O in odore di santità? O simpaticamente smandrappato? No.
Fu in ricordo di un cavallo.
Di un cavallo che fu inseparabile compagno del nonno, sottufficiale di cavalleria nella prima guerra mondiale.Di un cavallo che fu protagonista della conquista di Gorizia e della difesa della linea del Piave. Di un cavallo che fu sacrificato dal nonno, nel momento di massima diffusione della spagnola fra i suoi soldati, per dare ad ognuno di loro qualche scodella di brodo che ne alleviasse le sofferenze. Il nonno e il suo cavallo salvarono non poche vite umane.Il nonno non dimenticò mai il suo cavallo e, dopo aver onorato il padre e il suocero imponendo al primo figlio maschio, mio padre, i loro rispettivi nomi, onorò il suo cavallo imponendone il nome al secondogenito maschio, ad imperitura memoria.
Mio zio, comunque, si è sempre fatto chiamare Rol.
Fu in ricordo di un cavallo.
Di un cavallo che fu inseparabile compagno del nonno, sottufficiale di cavalleria nella prima guerra mondiale.Di un cavallo che fu protagonista della conquista di Gorizia e della difesa della linea del Piave. Di un cavallo che fu sacrificato dal nonno, nel momento di massima diffusione della spagnola fra i suoi soldati, per dare ad ognuno di loro qualche scodella di brodo che ne alleviasse le sofferenze. Il nonno e il suo cavallo salvarono non poche vite umane.Il nonno non dimenticò mai il suo cavallo e, dopo aver onorato il padre e il suocero imponendo al primo figlio maschio, mio padre, i loro rispettivi nomi, onorò il suo cavallo imponendone il nome al secondogenito maschio, ad imperitura memoria.
Mio zio, comunque, si è sempre fatto chiamare Rol.
martedì 2 marzo 2010
quando io eo piccolo e annulliamo la distanza (nota di Enrico Bosisio)
ref=ts ... La realizzazione del Libro di Racconti “Quando io ero piccolo” è un progetto bellissimo perché in esso convergono due obiettivi particolarmente attraenti: creare un’opera ricca di sentimenti, di emozioni e di serenità dei bambini che siamo stati, un patrimonio da condividere con i nostri figli e far conoscere e sostenere i progetti di un’Associazione come Annulliamo la Distanza che opera da anni a favore dei Bambini eritrei per creare alcune condizioni di base per un’infanzia serena, quell’infanzia serena che si ritrova in moltissimi di questi raccontirg - opera da oltre 10 anni a favore dei bambini eritrei con progetti concreti in ambino sanitario ed educativo, collaborando con le istituzioni eritree e con l’appoggio di istituzioni pubbliche e private italiane.
Il progetto più recente su cui sono oggi concentrati i nostri sforzi è “Camminiamo insieme” progetto di ortopedia pediatrica che sarà realizzato in collaborazione con l’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, L'Ospedale Halibet di Asmara e il Ministero della Sanità del Governo Eritreo
L’obiettivo è curare le principali malformazioni ortopediche dei bambini in tenera età, mettendo a disposizione del personale medico locale attrezzature semplici ma soprattutto competenze e formazione sul campo per renderli autonomi. Il progetto si articolerà su almeno 4 spedizioni a partire da giugno 2010. Si prevede durante le 4 spedizioni di curare oltre 150 bambini, sottoponendone a intervento chirurgico circa il 60%, in affiancamento a ortopedici eritrei http://www.annulliamoladis. /camminiamo-insieme
A questo progetto vogliamo dedicare la collaborazione nascente tra Annulliamo la Distanza e lo stupendo Gruppo “Quando io ero piccolo”
Insieme possiamo fare piccole-grandi cose.
http://www.annulliamoladis
http://www.annulliamoladis
http://www.annulliamoladis
Il progetto più recente su cui sono oggi concentrati i nostri sforzi è “Camminiamo insieme” progetto di ortopedia pediatrica che sarà realizzato in collaborazione con l’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, L'Ospedale Halibet di Asmara e il Ministero della Sanità del Governo Eritreo
L’obiettivo è curare le principali malformazioni ortopediche dei bambini in tenera età, mettendo a disposizione del personale medico locale attrezzature semplici ma soprattutto competenze e formazione sul campo per renderli autonomi. Il progetto si articolerà su almeno 4 spedizioni a partire da giugno 2010. Si prevede durante le 4 spedizioni di curare oltre 150 bambini, sottoponendone a intervento chirurgico circa il 60%, in affiancamento a ortopedici eritrei http://www.annulliamoladis. /camminiamo-insieme
A questo progetto vogliamo dedicare la collaborazione nascente tra Annulliamo la Distanza e lo stupendo Gruppo “Quando io ero piccolo”
Insieme possiamo fare piccole-grandi cose.
http://www.annulliamoladis
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lunedì 1 marzo 2010
Patrizio (di Fiordistella)
Quand'ero piccola, abitavo a Voghera, in strada Torrazza Coste.
Oltre il cancello di casa mia, e al di là della via che ci divideva, c'era una stradina che conduceva ad una piccola borgata, chiamata Casa Tossa. Gli abitanti saranno stati una ventina in tutto e, fra essi, c'era Patrizio. Patrizio aveva la mia età e, dunque, non superava i quattro anni. Era bruno, occhi scuri, esilino, erre moscia. Anch'io avevo quattro anni, ed ero bionda, occhi azzurri, robustina, erre moscia.Ero sempre appiccicata al cancello poiché, non avendo, allora, fratelli o sorelle con cui malmenarmi, dovevo pur passare il tempo, e Mustafà, a volte, aveva altro da fare. Guardavo passare le rare macchine, salutavo le donne che pedalavano frettolose, e aspettavo Patrizio. Lo aspettavo ogni giorno, dal mattino in cui, giunto con la mamma al termine della sua stradina, e incurante delle eventuali automobili che si fossero trovate a passare sulla strada che ci divideva, si fiondò contro il mio cancello e buttò in cortile una manciata di caramelle mezzo scartocciate. Io stavo mangiando pane e marmellata e interpretai il gesto come un atto di aggressione: le raccolsi e gliele rilanciai, urlando qualcosa di poco carino. Lui fece una faccetta sconsolata e si girò per andarsene. Allora compresi le nobili intenzioni e lo richiamai per ringraziarlo. Ho sempre odiato i lunghi discorsi e, a quattro anni, non si è certo abili oratori. Dunque, mi sembrò più sbrigativo prenderlo per il collo, attraverso le sbarre di ferro del cancello, e sbaciucchiarlo sulla faccia. Non prima di aver addentato un altro morso di pane. Così, anche lui poté apprezzare la marmellata di albicocche della nonna. Da allora, ci vedemmo e ci baciammo ogni giorno, per tutta l'estate. Un giorno di settembre, in pieno periodo di vendemmia, una donna che andava in bicicletta verso le colline dell'Oltrepò a raccogliere l'uva, rallentò di fronte a noi due che ci stavamo baciando attraverso il cancello ed esclamò: " Oh! Varda lì, i murusei! ( Oh! Guarda lì, i fidanzatini!)". E lo disse con una tale malizia nella voce da farci vergognare come ladri. Io corsi in casa e Patrizio rimase in piedi, oltre il cancello, con la sua mamma, per una manciata di secondi. Poi tornò a casa e, da quel giorno, non ci baciammo più. Ci vedevamo, parlottavamo, ci scambiavamo regalini attraverso il cancello. Ma non ci baciammo più. Dopo un paio di mesi, Patrizio traslocò. E non lo vidi più.
Oltre il cancello di casa mia, e al di là della via che ci divideva, c'era una stradina che conduceva ad una piccola borgata, chiamata Casa Tossa. Gli abitanti saranno stati una ventina in tutto e, fra essi, c'era Patrizio. Patrizio aveva la mia età e, dunque, non superava i quattro anni. Era bruno, occhi scuri, esilino, erre moscia. Anch'io avevo quattro anni, ed ero bionda, occhi azzurri, robustina, erre moscia.Ero sempre appiccicata al cancello poiché, non avendo, allora, fratelli o sorelle con cui malmenarmi, dovevo pur passare il tempo, e Mustafà, a volte, aveva altro da fare. Guardavo passare le rare macchine, salutavo le donne che pedalavano frettolose, e aspettavo Patrizio. Lo aspettavo ogni giorno, dal mattino in cui, giunto con la mamma al termine della sua stradina, e incurante delle eventuali automobili che si fossero trovate a passare sulla strada che ci divideva, si fiondò contro il mio cancello e buttò in cortile una manciata di caramelle mezzo scartocciate. Io stavo mangiando pane e marmellata e interpretai il gesto come un atto di aggressione: le raccolsi e gliele rilanciai, urlando qualcosa di poco carino. Lui fece una faccetta sconsolata e si girò per andarsene. Allora compresi le nobili intenzioni e lo richiamai per ringraziarlo. Ho sempre odiato i lunghi discorsi e, a quattro anni, non si è certo abili oratori. Dunque, mi sembrò più sbrigativo prenderlo per il collo, attraverso le sbarre di ferro del cancello, e sbaciucchiarlo sulla faccia. Non prima di aver addentato un altro morso di pane. Così, anche lui poté apprezzare la marmellata di albicocche della nonna. Da allora, ci vedemmo e ci baciammo ogni giorno, per tutta l'estate. Un giorno di settembre, in pieno periodo di vendemmia, una donna che andava in bicicletta verso le colline dell'Oltrepò a raccogliere l'uva, rallentò di fronte a noi due che ci stavamo baciando attraverso il cancello ed esclamò: " Oh! Varda lì, i murusei! ( Oh! Guarda lì, i fidanzatini!)". E lo disse con una tale malizia nella voce da farci vergognare come ladri. Io corsi in casa e Patrizio rimase in piedi, oltre il cancello, con la sua mamma, per una manciata di secondi. Poi tornò a casa e, da quel giorno, non ci baciammo più. Ci vedevamo, parlottavamo, ci scambiavamo regalini attraverso il cancello. Ma non ci baciammo più. Dopo un paio di mesi, Patrizio traslocò. E non lo vidi più.
venerdì 26 febbraio 2010
Mustafà ( di Fiordistella)
Diana Catellani Copio e incollo qui il racconto dell'amica blogger M. Antonietta:
Quando ero piccola, avevo una gatta tricolore, bianca rossa e nera, che si chiamava Mustafà.
Mustafà è un nome maschile e la gatta, in effetti, era molto poco femminile. Aveva una decina d’anni felini che corrispondono, grosso modo, a una cinquantina d’anni umani.
Era, dunque, una sorta di zia di mezz’età, robusta, muscolosa e manesca. Picchiava di santa ragione i gatti che incautamente le si avvicinassero per socializzare, e tramortiva le talpe che, in primavera, risvegliatesi dal letargo, si affacciavano sonnacchiose all’ingresso della loro tana. Le tramortiva con poderose zampate, ma non le uccideva. E neppure ci si trastullava: le accoglieva semplicemente a suon di schiaffoni. Le talpe ci rimanevano male e, il più delle volte, rientravano intontite e contrariate nei loro anfratti, per riuscirne durante la notte, quando Mustafà, stanca delle fatiche quotidiane, ronfava beata nel suo cesto di vimini. Con me, invece, bimba di pochi anni, Mustafà era affettuosissima, permissiva e accudente. Potevo tirarle i baffi e stropicciarle le orecchie senza temere ritorsioni, quando sarebbe bastato molto meno a chiunque per divenire oggetto delle sue permalose attenzioni. Saltava sul mio lettino e mi svegliava con carezze delicate sulle guance, a unghie rigorosamente rinfoderate e, ove ciò non bastasse a sciogliermi dal sonno, procedeva con ruvide linguate sulla fronte. Allora abitavo in una grande casa, nell’immediata periferia della città, immersa nel verde della campagna. Oltre a papà e mamma, c’erano anche i nonni paterni e uno zio giovane e simpatico. Il nonno coltivava l’orto e, al tempo delle fragole, ero sempre in giro per i campi a cercare le più mature. Mustafà non mi mollava un momento, e mi precedeva lungo i sentieri per evitarmi gli inciampi sul terreno irregolare. Ogni tanto la mamma mi chiamava per sincerarsi che non mi fossi allontanata troppo, e Mustafà rispondeva, in vece mia, con mugolii modulati che stavano a significare” tranquilla, è qui con me, e tra un po’ ritorneremo”. Era una baby sitter affidabilissima. Trascorsi tutta la mia infanzia con lei, e lei trascorse la sua maturità e la sua vecchiaia con me. Vivemmo in simbiosi per quasi dieci anni. Mustafà morì di vecchiaia a diciott’anni, e fu una morte dolce e serena, accompagnata dalle lacrime copiose di una bambina che l’aveva amata molto e che lei amò con tutta se stessa.
Quando ero piccola, avevo una gatta tricolore, bianca rossa e nera, che si chiamava Mustafà.
Mustafà è un nome maschile e la gatta, in effetti, era molto poco femminile. Aveva una decina d’anni felini che corrispondono, grosso modo, a una cinquantina d’anni umani.
Era, dunque, una sorta di zia di mezz’età, robusta, muscolosa e manesca. Picchiava di santa ragione i gatti che incautamente le si avvicinassero per socializzare, e tramortiva le talpe che, in primavera, risvegliatesi dal letargo, si affacciavano sonnacchiose all’ingresso della loro tana. Le tramortiva con poderose zampate, ma non le uccideva. E neppure ci si trastullava: le accoglieva semplicemente a suon di schiaffoni. Le talpe ci rimanevano male e, il più delle volte, rientravano intontite e contrariate nei loro anfratti, per riuscirne durante la notte, quando Mustafà, stanca delle fatiche quotidiane, ronfava beata nel suo cesto di vimini. Con me, invece, bimba di pochi anni, Mustafà era affettuosissima, permissiva e accudente. Potevo tirarle i baffi e stropicciarle le orecchie senza temere ritorsioni, quando sarebbe bastato molto meno a chiunque per divenire oggetto delle sue permalose attenzioni. Saltava sul mio lettino e mi svegliava con carezze delicate sulle guance, a unghie rigorosamente rinfoderate e, ove ciò non bastasse a sciogliermi dal sonno, procedeva con ruvide linguate sulla fronte. Allora abitavo in una grande casa, nell’immediata periferia della città, immersa nel verde della campagna. Oltre a papà e mamma, c’erano anche i nonni paterni e uno zio giovane e simpatico. Il nonno coltivava l’orto e, al tempo delle fragole, ero sempre in giro per i campi a cercare le più mature. Mustafà non mi mollava un momento, e mi precedeva lungo i sentieri per evitarmi gli inciampi sul terreno irregolare. Ogni tanto la mamma mi chiamava per sincerarsi che non mi fossi allontanata troppo, e Mustafà rispondeva, in vece mia, con mugolii modulati che stavano a significare” tranquilla, è qui con me, e tra un po’ ritorneremo”. Era una baby sitter affidabilissima. Trascorsi tutta la mia infanzia con lei, e lei trascorse la sua maturità e la sua vecchiaia con me. Vivemmo in simbiosi per quasi dieci anni. Mustafà morì di vecchiaia a diciott’anni, e fu una morte dolce e serena, accompagnata dalle lacrime copiose di una bambina che l’aveva amata molto e che lei amò con tutta se stessa.
La vigilia del soldato (ovvero,storie di zeppole e di tiri mancini)
Il 24 dicembre del 1954 avevo poco più di undici anni. Era un mercoledì, o forse un giovedì, perché era giorno di mercato, ed era una bellissima giornata di sole tiepido come solo in Calabria si può avere alla vigilia di Natale. Nell’aria il profumo delle zeppole fritte con l’acciuga solleticava le narici e metteva allegria perché in ogni casa si stava preparando il cenone della vigilia. Le zeppole erano una delle tredici cose che dovevano essere portate in tavola. Tredici, non una di meno, non una di più. Secondo la radio ed il “Vittorioso” quello doveva essere tempo di gelo e neve. Anche nel mio libro di lettura, o forse nel sussidiario, le figure rappresentavano abeti imbiancati, bufere di neve e personaggi ammantati con pelli di pecora. Io, però, quella mattina ero andato all’oratorio in maniche di camicia ma, per la verità, mia madre mi aveva rincorso per darmi una giacchettina di lana grigia. Ero corso via senza la giacca perché non mi piaceva, ma anche perché non volevo fare tardi per la consegna del distintivo dell’Azione Cattolica. Nonostante la fretta, però, avevo fatto in tempo a fare un salto in cucina per afferrare la zeppola più grossa, appena tolta dalla padella. Mia nonna protestò perché diceva che mangiandole prima, l’olio della padella sarebbe evaporato più velocemente e provò inutilmente a riprendersela. Scappai via, ma riuscìì a sentire che ero il bambino più “scomunicato” del paese. Per “scomunicato” la nonna intendeva fortunatamente soltanto “monello” e nulla più. Poco male, pensai correndo con la bocca piena.All’oratorio arrivai in tempo per l’appello. La saletta attigua alla chiesa era stracolma di aspiranti “Soldati di Cristo”. Don Giuseppe, paramenti sacri delle funzioni solenni, era in piedi dietro un tavolo con la tovaglia bianca dell’altare. Alla sua destra c’era il Presidente provinciale dell’Azione Cattolica con un cesto colmo di distintivi e di tessere nominative. Alla sua sinistra, il sacrestano con l’acqua santa e l’aspersorio per la benedizione del cesto. Noi ragazzi eravamo una ventina schierati, petto in fuori, a ridosso della parete semicircolare. L’ora fatidica stava per scoccare. Erano giorni, settimane, che ci preparavamo all’appuntamento ed avevamo i cuori colmi di orgoglio perché stavamo per entrare nelle “Legioni di Cristo” per la difesa della Fede. Io fremevo e non vedevo l’ora di vestire la “divisa”, come veniva chiamato il distintivo. Ero pronto a versare il mio sangue fino all’ultima goccia per la difesa della fede, come aveva chiesto il Professor Gedda, il Presidente Nazionale, nel suo messaggio ai nuovi soldati di Cristo. Se lo diceva lui che aveva fondato i Comitati Civici e, per giunta, era anche un grande genetista esperto di gravidanze e parti gemellari (però l’una e l’altra cosa non sapevo cosa c’entrassero), dovevo proprio votarmi al sacrificio estremo. Del resto, l’inno che Don Giuseppe ci aveva insegnato per l’occasione parlava chiaro:siamo arditi della fede,
siamo arditi della croce
Al tuo cenno e alla tua voce
un esercito all'altar
un esercito all'altar Partì il canto. Tutti ci irrigidimmo sull’attenti, petto in fuori ed occhi ardenti, ed io mi sentii investito da responsabilità decisive perché stavamo scrivendo la Storia. A confronto con ciò che avremmo fatto noi, le Crociate per la liberazione del Santo Sepolcro erano state allegre scampagnate fuori porta.Alle dodici e dieci, per la sala si diffuse inspiegabilmente un irresistibile ed irriguardoso odore di zeppole. Da quel momento la cerimonia subì un’ evidente accelerazione e alle dodici e mezza era tutto finito. Sulla via del ritorno ero letteralmente galvanizzato. Attorno a me vedevo solo nemici della Fede e pensavo a come armarmi. Mi venne in mente che Don Giuseppe ed il presidente avevano dimenticato di dirci con quali armi avremmo dovuto combattere, ma conclusi che forse lo avrebbero fatto con una circolare di lì a breve. Ovvio: una cosa così importante andava stabilita per iscritto.Entrai in casa con la fierezza di Riccardo Cuor di Leone e buttai uno sguardo disgustato su quelle donnicciole intente a friggere, impastare, tritare, infarinare, sbattere uova, decorare. Che insulse attività! La Fede chiamava e loro, le miserabili, cuocevano il baccalà! Avessi già avuto la spada, avrei dato io una bella lezione a mia madre, a mia nonna e a mia zia che invece di lucidare le armi, strofinavano pentole e padelle.Quella che più mi irritava era mia nonna che aveva pure tentato di riappropriarsi della zeppola. Aveva finito di friggere le zeppole che aveva nascosto chissà dove e stava armeggiando attorno al fuoco con due grossi capponi. Cosa faceva l’infedele? China in avanti con la testa quasi sulla fiamma, stava bruciacchiando le superstiti piume attorno alle zampe e attorno al collo del gallinaceo che poco prima aveva spennato a dovere, previa adeguata immersione in acqua bollente. Dietro di lei, una sgangherata sedia impagliata sulla quale si sedeva di tanto in tanto per riposarsi dalla scomoda posizione. Natale o no, la vecchia doveva essere punita perché era lei la responsabile di quel trambusto che aveva distolto tutti dall’attenzione al fatidico evento della mia consacrazione a “Soldato di Cristo”. Ero, dunque, un soldato ed il soldato è uomo d’azione. La nonna era lì e dovevo passare all’azione. L’occasione era buona per saggiare il coraggio e la determinazione. E se al posto della nonna ci fosse stato un nemico della Fede? Pancrazio e Tarcisio, i santi martiri cristiani, che avrebbero fatto? Non ebbi dubbi ed, anzi, immaginai che fossero loro a spronarmi. Nonna Carmela era buona come il pane ed io, il nipote “scomunicato”, ero il suo prediletto. La riconoscenza, però, non è di questo mondo e quando arriva l’ora fatale, non ci può essere affetto che tenga.Il primo pollo era già stato sistemato e del secondo restavano solo le penne del collo e quelle delle punte delle ali, le più dure. Finite le ali, prima di passare al collo, la nonna certamente si sarebbe seduta nuovamente per riposarsi. Il movimento era sempre lo stesso e non c’era bisogno di girarsi per accertarsi che la sedia fosse al suo posto perché, tra l’altro, la poteva sentire sfiorandola col sedere o con le gambe.Mia madre si era allontanata per pulire i broccoletti siciliani per la pizza rustica, mia zia era andata dalla sorella a farsi prestare altre sei uova, dopo le trentasei avute la sera prima, mio nonno e mio padre ancora non erano tornati dal mercato, dei miei fratelli non c’era traccia nei dintorni, dunque nella grande cucina affumicata c’eravamo solo la nonna ed io.Senza il minimo rumore, col passo della lepre sulla neve, mi avvicinai, tolsi la sedia e altrettanto silenziosamente schizzai via dalla cucina. Il tempo di arrivare nell’altra stanza ed un lacerante urlo di dolore si udì a trecento metri di distanza.Accorse tutto il parentado ed il vicinato e la nonna fu portata a fatica sul suo letto.A chi le chiedeva come avesse fatto a non rendersi conto che la sedia non c’era, rispondeva che si era spostata di lato senza accorgersene.Quella sera il cenone fu piuttosto triste ed io mi sentivo il responsabile di quel mortorio.Al momento delle zeppole l’eccitazione del Soldato mi era passata completamente. Ne presi una calda calda e la portai alla nonna. Tutti annuirono compiaciuti e un po’sorpresi, ma nessuno fece commenti. Mi avvicinai al letto con gli occhi pieni di lacrime. La nonna si girò lentamente con una smorfia di dolore e non si stupì di vedermi. Non dimenticherò mai lo sguardo tenerissimo che mi diede ed il dito sulla bocca serrata per assicurarmi che non avrebbe fatto la spia.
Buon Natale nonna,ovunque tu sia
Enzo Movilia
siamo arditi della croce
Al tuo cenno e alla tua voce
un esercito all'altar
un esercito all'altar Partì il canto. Tutti ci irrigidimmo sull’attenti, petto in fuori ed occhi ardenti, ed io mi sentii investito da responsabilità decisive perché stavamo scrivendo la Storia. A confronto con ciò che avremmo fatto noi, le Crociate per la liberazione del Santo Sepolcro erano state allegre scampagnate fuori porta.Alle dodici e dieci, per la sala si diffuse inspiegabilmente un irresistibile ed irriguardoso odore di zeppole. Da quel momento la cerimonia subì un’ evidente accelerazione e alle dodici e mezza era tutto finito. Sulla via del ritorno ero letteralmente galvanizzato. Attorno a me vedevo solo nemici della Fede e pensavo a come armarmi. Mi venne in mente che Don Giuseppe ed il presidente avevano dimenticato di dirci con quali armi avremmo dovuto combattere, ma conclusi che forse lo avrebbero fatto con una circolare di lì a breve. Ovvio: una cosa così importante andava stabilita per iscritto.Entrai in casa con la fierezza di Riccardo Cuor di Leone e buttai uno sguardo disgustato su quelle donnicciole intente a friggere, impastare, tritare, infarinare, sbattere uova, decorare. Che insulse attività! La Fede chiamava e loro, le miserabili, cuocevano il baccalà! Avessi già avuto la spada, avrei dato io una bella lezione a mia madre, a mia nonna e a mia zia che invece di lucidare le armi, strofinavano pentole e padelle.Quella che più mi irritava era mia nonna che aveva pure tentato di riappropriarsi della zeppola. Aveva finito di friggere le zeppole che aveva nascosto chissà dove e stava armeggiando attorno al fuoco con due grossi capponi. Cosa faceva l’infedele? China in avanti con la testa quasi sulla fiamma, stava bruciacchiando le superstiti piume attorno alle zampe e attorno al collo del gallinaceo che poco prima aveva spennato a dovere, previa adeguata immersione in acqua bollente. Dietro di lei, una sgangherata sedia impagliata sulla quale si sedeva di tanto in tanto per riposarsi dalla scomoda posizione. Natale o no, la vecchia doveva essere punita perché era lei la responsabile di quel trambusto che aveva distolto tutti dall’attenzione al fatidico evento della mia consacrazione a “Soldato di Cristo”. Ero, dunque, un soldato ed il soldato è uomo d’azione. La nonna era lì e dovevo passare all’azione. L’occasione era buona per saggiare il coraggio e la determinazione. E se al posto della nonna ci fosse stato un nemico della Fede? Pancrazio e Tarcisio, i santi martiri cristiani, che avrebbero fatto? Non ebbi dubbi ed, anzi, immaginai che fossero loro a spronarmi. Nonna Carmela era buona come il pane ed io, il nipote “scomunicato”, ero il suo prediletto. La riconoscenza, però, non è di questo mondo e quando arriva l’ora fatale, non ci può essere affetto che tenga.Il primo pollo era già stato sistemato e del secondo restavano solo le penne del collo e quelle delle punte delle ali, le più dure. Finite le ali, prima di passare al collo, la nonna certamente si sarebbe seduta nuovamente per riposarsi. Il movimento era sempre lo stesso e non c’era bisogno di girarsi per accertarsi che la sedia fosse al suo posto perché, tra l’altro, la poteva sentire sfiorandola col sedere o con le gambe.Mia madre si era allontanata per pulire i broccoletti siciliani per la pizza rustica, mia zia era andata dalla sorella a farsi prestare altre sei uova, dopo le trentasei avute la sera prima, mio nonno e mio padre ancora non erano tornati dal mercato, dei miei fratelli non c’era traccia nei dintorni, dunque nella grande cucina affumicata c’eravamo solo la nonna ed io.Senza il minimo rumore, col passo della lepre sulla neve, mi avvicinai, tolsi la sedia e altrettanto silenziosamente schizzai via dalla cucina. Il tempo di arrivare nell’altra stanza ed un lacerante urlo di dolore si udì a trecento metri di distanza.Accorse tutto il parentado ed il vicinato e la nonna fu portata a fatica sul suo letto.A chi le chiedeva come avesse fatto a non rendersi conto che la sedia non c’era, rispondeva che si era spostata di lato senza accorgersene.Quella sera il cenone fu piuttosto triste ed io mi sentivo il responsabile di quel mortorio.Al momento delle zeppole l’eccitazione del Soldato mi era passata completamente. Ne presi una calda calda e la portai alla nonna. Tutti annuirono compiaciuti e un po’sorpresi, ma nessuno fece commenti. Mi avvicinai al letto con gli occhi pieni di lacrime. La nonna si girò lentamente con una smorfia di dolore e non si stupì di vedermi. Non dimenticherò mai lo sguardo tenerissimo che mi diede ed il dito sulla bocca serrata per assicurarmi che non avrebbe fatto la spia.
Buon Natale nonna,ovunque tu sia
Enzo Movilia
giovedì 25 febbraio 2010
02 Giugno 2009 ( Quanta strada!!!)
Il due giugno 2009 scrivevo il mio primo racconto .
Vorrei ringraziare Alberto per aver dato vita a questo gruppo e anche per avermi incoraggiato a scrivere.
E,in tema di ringraziamenti,non posso dimenticare Augusto che con il suo entusiasmo e la sua fantasia geniale ha fatto si che questo gruppo diventasse sempre più bello e coinvolgente per tutti quelli che ne fanno parte.Siamo a un passo dai 2000 iscritti,abbiamo centinaia di racconti,pezzetti di vita di ognuno di noi.
Ci siamo divertiti e commossi leggendoci reciprocamente,imparando così a conoscerci anche senza esserci mai incontrati fisicamente, anche abitando a migliaia di chilometri di distanza,persino in altri continenti.
Ragazzi,non sò per voi, per me è un'esperienza umana straordinaria.E poi...lo splendido progetto che è legato a questo gruppo e di cui però vorrei fosse Alberto a parlarne.Io mi fermo quì.
Di seguito :"S'abba de santu juanne" (L'acqua di San Giovanni) -------- Quando ero piccola la mattina del 24 giugno giorno dedicato a san giovanni del mare(anche se a Concas non c'è il mare) era usanza di andare a prendere l'acqua e raccogliere erbe aromatiche prima del sorgere del sole,perchè ,dicevano i vecchi, cosi ,l'acqua e le erbe erano benedette.
ricordo che io avevo sempre il timore di non svegliarmi in tempo e spesso non riuscivo a prendere sonno.Verso le cinque del mattino si sentiva il chiacchiericcio e le risatine soffocate delle ragazze ,tutte più grandi di me,le più brave con le brocche,le altre,meno esperte con le pentole in alluminio.Scendevamo in fila indiana per il sentiero stretto che porta a "sa funtanedda"una fonte naturale incastonata nelle rocce che si trova all' interno di un terreno di proprietà della mia famiglia e da dove per tutta l''estate
attingevano per bere tutti gli abitanti della frazione,acqua freschissima e leggera.Era di rigore che dovevamo essere di rtorno a casa prima che il cielo schiarisse annunciando l'alba.il giorno di san giovanni era sempre molto atteso da noi femminuce perchè si diceva che ,badando alla prima persona (di sesso maschile)che si incontrava al mattino avremmo saputo il nome ole iniziali del nome del futuro marito....anche se poi ....ogni anno uscivano nomi diversi,questo non ci toglieva per un anno il piacere di fantasticare....si chiamerà Paolo o Pietro oppure Pasquale?
Onorina
Vorrei ringraziare Alberto per aver dato vita a questo gruppo e anche per avermi incoraggiato a scrivere.
E,in tema di ringraziamenti,non posso dimenticare Augusto che con il suo entusiasmo e la sua fantasia geniale ha fatto si che questo gruppo diventasse sempre più bello e coinvolgente per tutti quelli che ne fanno parte.Siamo a un passo dai 2000 iscritti,abbiamo centinaia di racconti,pezzetti di vita di ognuno di noi.
Ci siamo divertiti e commossi leggendoci reciprocamente,imparando così a conoscerci anche senza esserci mai incontrati fisicamente, anche abitando a migliaia di chilometri di distanza,persino in altri continenti.
Ragazzi,non sò per voi, per me è un'esperienza umana straordinaria.E poi...lo splendido progetto che è legato a questo gruppo e di cui però vorrei fosse Alberto a parlarne.Io mi fermo quì.
Di seguito :"S'abba de santu juanne" (L'acqua di San Giovanni) -------- Quando ero piccola la mattina del 24 giugno giorno dedicato a san giovanni del mare(anche se a Concas non c'è il mare) era usanza di andare a prendere l'acqua e raccogliere erbe aromatiche prima del sorgere del sole,perchè ,dicevano i vecchi, cosi ,l'acqua e le erbe erano benedette.
ricordo che io avevo sempre il timore di non svegliarmi in tempo e spesso non riuscivo a prendere sonno.Verso le cinque del mattino si sentiva il chiacchiericcio e le risatine soffocate delle ragazze ,tutte più grandi di me,le più brave con le brocche,le altre,meno esperte con le pentole in alluminio.Scendevamo in fila indiana per il sentiero stretto che porta a "sa funtanedda"una fonte naturale incastonata nelle rocce che si trova all' interno di un terreno di proprietà della mia famiglia e da dove per tutta l''estate
attingevano per bere tutti gli abitanti della frazione,acqua freschissima e leggera.Era di rigore che dovevamo essere di rtorno a casa prima che il cielo schiarisse annunciando l'alba.il giorno di san giovanni era sempre molto atteso da noi femminuce perchè si diceva che ,badando alla prima persona (di sesso maschile)che si incontrava al mattino avremmo saputo il nome ole iniziali del nome del futuro marito....anche se poi ....ogni anno uscivano nomi diversi,questo non ci toglieva per un anno il piacere di fantasticare....si chiamerà Paolo o Pietro oppure Pasquale?
Onorina
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